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Notizie - Gruppo Famiglie
Scritto da Chiara Taiana   
Venerdì 10 Aprile 2020 10:40

Covid – Magda, rianimatore di Como, mamma della nostra parrocchia, a Repubblica: “Torno distrutta da ogni turno, non riesco a dare altro. La famiglia mi salva”

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Loro sono Magda e Marco. Medico anestesista e rianimatore in un ospedale cittadino lei, dirigente di una multinazionale lui. E poi ci sono i loro tre figli, di cui un ragazzino con un ritardo psicomotorio “che a tutt’oggi parla come un bambino di 2/3 anni, di cui ha anche la sensibilità e la dolcezza”, come racconta la mamma.

Una vita che, fino a qualche settimana fa, era un balletto tumultuoso ma ben orchestrato tra lavoro, turni in ospedale, scuola, lezioni di chitarra, calcio, logopedista, spesa.

E poi è arrivato il Coronavirus a ribaltare i ruoli, scardinare equilibri e far scoprire che, in fondo, dal caos può nascere qualcosa di inaspettato.

Magda ha scritto una lettera a Concita De Gregorio, pubblicata da Repubblica nelle pagine di “Invece Concita”, in cui racconta questo nuovo modo di essere famiglia: i ragazzi alle prese con i compiti e le lezioni online, la mamma risucchiata dalle emergenze della Terapia Intensiva che torna a casa stanca, dentro e fuori.

E il papà che lavora da casa e si ritrova all’improvviso unico direttore d’orchestra di un concerto prima un po’ stonato e poi via via sempre più armonioso in cui tutti, figli compresi, imparano a fare la propria parte.

E così Magda, che da un giorno all’altro da organizzatrice è diventata una persona di cui prendersi cura, può uscire dalle chat di classe, tanto c’è Marco a occuparsene, trova i compiti fatti e la cena preparata dalla figlia maggiore e il figlio che adesso preferisce il papà per farsi vestire.

E può anche scoppiare a piangere a tavola per il troppo dolore che ha visto in ospedale.

E può dedicare tutte le sue energie “cercando di curare al meglio questa marea di pazienti che arriva, non riesco a chiamare più nessuno di loro per nome, sono troppi, non posso affezionarmi”, come scrive lei stessa ammettendo che però, alla fine, il cuore proprio non ce la fa a non battere insieme a quello di chi cura.

La lettera di Magda, va detto, non era indirizzata a noi ma alla giornalista di Repubblica Concita Di Gregorio che l’ha pubblicata oggi. Con il permesso dell’autrice la riprendiamo anche noi. Vale davvero la pena leggerla.

È successo, nel giro di pochi giorni nella nostra famiglia sono cambiati completamente equilibri e ruoli.

Sono medico, anestesista e rianimatore, lavoro in terapia intensiva in un ospedale Lombardo, e dai primi giorni di marzo la mia vita si consuma lì.

Mamma di tre figli, di cui uno con disabilità intellettiva, mi ero sempre divisa fra lavoro e famiglia, correndo una corsa contro il tempo ogni giorno.

 I giorni prima e dopo il turno di notte potevano essere riempiti di impegni per gestire tutti, in particolare P.: logopedista, spesa, calcio del piccolo, non erano previsti riposi. Forse proprio per questo avevo anche iniziato a correre, nella corsa la fatica ed il sudore erano tutti per me.

Mio marito, manager di una ditta di moda, tornava la sera, sempre presente, attento e speciale per i ragazzi, ma a volte non ci si incrociava per giorni. Lasciavo un messaggio a lui o alla tata per dire cosa bisognava cucinare o quali compiti i ragazzi dovessero ancora svolgere. A volte mi arrabbiavo e chiedevo anche a lui di farsi carico in maniera totale degli impegni di famiglia, ma nulla era mai cambiato in questo ménage familiare.

Poi arriva il Coronavirus e tutto cambia. Io scompaio e lui è deviato sullo Smart working fin dai primi giorni dell’emergenza.
Il ribaltamento è fatto.

Mio marito, essendo persona intelligente di mente e cuore accoglie la sfida senza un lamento. Si fa carico di tutto: compiti e piattaforme scolastiche, abbiamo, infatti, due ragazzi alle medie ed una alle superiori. Dal salotto coordina il suo lavoro e quello nelle varie stanze dei ragazzi.

Organizza con la professoressa di sostegno di P. videochiamate giornaliere, allo stesso modo anche con logopedista e psicologa.

A volte è difficile organizzare tutto, qualche compito salta, una lezione viene persa ma d’altronde in questa emergenza ognuno fa quel che riesce.

P. che ancora non è completamente autonomo, fatica ora a lavarsi e vestirsi con il mio aiuto, vuole solo il papà: è lui ora la figura di riferimento.

Il colpo finale glielo infierisco quando mi tolgo dalle chat di classe e faccio inserire il suo numero.

Un tassello fondamentale alla riorganizzazione familiare lo fa invece mia figlia maggiore, che fino a un mese fa faticava a portare le mutande sporche nel cesto, ed ora è diventata spontaneamente la cuoca ufficiale e prepara in autonomia pranzo e cena (unico appunto le verdure non sono previste nei suoi menu).

Io torno distrutta da ogni turno, fatica fisica, ma soprattutto emotiva e mentale, e loro si fanno carico di questa mamma che magari in mezzo alla cena scoppia a piangere.

Ora non riesco a dare nulla in casa, egoisticamente le poche energie che ho le investo su me stessa, devo metabolizzare troppo, ma loro non mi chiedono nulla, mi accudiscono come io ho fatto con loro fino ad ora.

E così cerco farcela ogni giorno, cercando di curare al meglio questa marea di pazienti che arriva, non riesco a chiamare più nessuno di loro per nome, sono troppi, non posso affezionarmi.

Però poi lo faccio, e così capita che scambi due chiacchiere una notte con un prete giovane, appena staccato dal respiratore e che gli racconti del Papa nella piazza vuota, che si dica insieme una breve preghiera e che ci si commuova insieme.


 

 

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