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Notizie - Per tutti
Scritto da Don Luigi   
Lunedì 29 Marzo 2021 13:30

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Cercavo un’immagine per vivere intensamente il mistero pasquale. E mi si è come ancorato nella mente il salmo 22, che tutti quanti ben conosciamo, il salmo del buon pastore.

Gesù stesso e poi la prima comunità cristiana hanno letto il mistero pasquale attraverso questa figura, che unisce antico e nuovo Testamento. Proprio uscendo dal Cenacolo, incamminandosi verso l’Orto degli ulivi, Gesù annuncerà ai suoi discepoli, citando il profeta Zaccaria: «Voi tutti sarete scandalizzati perché è scritto: “Io percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”. Ma dopo che sarò risuscitato vi precederò in Galilea» (Mc 14,27-28). La sua crocifissione sarà il punto più alto verso cui convergeranno gli sguardi degli uomini delle donne di ogni tempo e nazione: “Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32). E così Il gregge del buon Pastore si raccoglie e converge verso quel cuore trafitto, da cui scaturisce il dono dello Spirito, che rende possibile l’inizio di quel pellegrinaggio che porta a salvezza, che riconduce a casa.

Il salmo 22 descrive questo santo viaggio come un passare da luce a luce, di sorpresa in sorpresa, come avviene durante la grande veglia pasquale, che diventa così parabola della nostra vita umana e dell’intera storia dell’umanità.

Quel cero luminoso, la cui fiamma è stata attinta al fuoco di Pasqua, e che attraversa l’oscurità delle nostre chiese, non è il Pastore bello e buono, che ci raggiunge mentre siamo prigionieri delle nostre tenebre e dei nostri guai? Il cuore si apre alla fiducia: “Tu sei con me… Anche se dovessi passare per una valle oscura, non temerò alcun male: tu sei con me!”. La sua parola è lampada ai nostri passi. Il colpo leggero ma costante del suo bastone sul terreno dà sicurezza. Le acque dell’oasi, a cui ci conduce, rinfrescano e rigenerano. Nel fonte battesimale veniamo immersi e rinasciamo come nuove creature , sentiamo pronunciato il nome nuovo, il nome proprio dei figli.

Il nostro camminare dietro al Signore Gesù non è, allora, – come scriveva amareggiato il poeta Montale – “sentire con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio”, immaginata come un secco pendìo, un lento franamento di rigagnoli, un procedere lungo “una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”, quindi un confine invalicabile. Il nostro Pastore ci conduce anche al di là di ogni barriera e frontiera. E non a caso il salmo 22 si conclude con una stupenda festa, un banchetto imbandito per ogni ospite, che si affaccia alla tenda innalzata nel deserto e nella steppa della storia umana, mentre è in fuga dalle proprie avversità. Come la veglia pasquale, che si compie nel sederci alla tavola del Risorto: “Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca”. Fermiamo oggi la nostra attenzione su questo momento culminante della notte di Pasqua.

Conosciamo il ricco significato simbolico del sederci a mensa in famiglia o tra amici. “Assieme e prima del cibo, a tavola mangiamo parole, affetti, storie, intimità. Insomma, perdere quest’occasione è una denutrizione spirituale, prima che organica”. A scriverlo è Luigi Ballerini,uno psicoanalista milanese, nel suo opuscolo intitolato: “I bravi manager cenano a casa. Mangiare in famiglia fa bene a tutti” (2014: non c’era ancora la pandemia, non era quindi un atto di ossequio alle autorità governative che pare ci chiuderanno i ristoranti anche il giorno di Pasqua).  Ed è davvero così, perché il cibo mangiato assieme crea compagnia, relazione, complicità. A tavola si celebra la vita, da sempre: trecentomila anni fa nella grotta preistorica di Qesem in Israele, come a bordo della stazione spaziale “Discovery”.  Non a caso a tavola nascono e si consolidano amicizie, affetti, amori; attorno ad essa si stringono anche patti e accordi istituzionali.

Il Signore Gesù, quando era pellegrino in mezzo a noi, quante volte proprio mentre era seduto a tavola ha pronunciato gli insegnamenti più belli e compiuto i gesti più densi.

E non sorprende come anche da Risorto abbia scelto di ritrovare, rinfrancare nella fede, rimotivare nella missione i suoi discepoli, cenando con loro. Il gesto sacramentale, che ci ha lasciato da compiere in sua memoria, rende presente, trasforma il Pastore in Agnello. L’Eucaristia davvero mette in contatto vite, in circuito attese, appetiti, desideri. Ma a differenza di tutti gli altri alimenti, come diceva sant’Agostino, nell’Eucaristia non siamo noi ad assimilare quel cibo, ma è ciò di cui ci nutriamo che ci assimila a sé. Cosa significa, allora, vivere da uomini e donne risorti? Vuol dire vivere di Eucaristia, vivere del Risorto.

Forse è il caso di concretizzare un poco queste affermazioni così arcane e teologicamente corrette, ma non di immediata comprensione.

La prima considerazione è che, allora, non si può fare Pasqua senza sederci al banchetto del Pastore-Agnello e nutrirci della sua vita. Paura del Covid nel toccare e mangiare l’ostia? Le nostre attenzioni igieniche sono molto più scrupolose dei contatti che abbiamo col macellaio o con il barista…

“Andiamo alla sua mensa nella gioia”: così canta l’antifona della Comunione nella Messa di Pasqua. La gioia è il tratto immediato che rivela se uno è davvero risorto in Cristo. Perché come singoli e come comunità cristiane spesso, invece, ci condanniamo a restare rivestiti con gli abiti neri del venerdì santo? Cfr. Nietzsche: “Mi fanno pena questi preti… Hanno pensato di vivere come cadaveri, vestendo di nero il proprio cadavere; anche nei loro discorsi io annuso il lezzo delle camere mortuarie.
E chi vive vicino a loro, vive vicino a neri stagni, in cui il rospo canta la sua canzone con dolce malinconia.
Dovrebbero cantarmi canzoni migliori, perché impari a credere nel loro Redentore: dovrebbero apparirmi più redenti i suoi discepoli!”.

Ricordiamo anche l’ammonimento di Paolo: “Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova…” (1Cor 5,7). Dovrebbe essere stato il cantiere, in cui ci ha impegnati la quaresima. Anche noi come la buona massaia, che nelle case ebree per la Pasqua verificava che in nessun angolo fosse rimasto del lievito corrotto: per sederci alla tavola del Risorto, dobbiamo eliminare qualsiasi germe o residuo della vecchia mentalità, qualsiasi radice di perversità.

Si mangia agnello! Tranquillizziamo anche gli animalisti… il nostro Agnello è immolato nel pane e nel vino offerti sull’altare. L’agnello è per antonomasia il simbolo di un animale mite e obbediente. Ci si nutre davvero di Cristo soltanto se si impara a condividere e fare proprio il suo stile di vita e pieghiamo la nostra volontà ribelle alla volontà del Padre.

La mensa pasquale è punto di arrivo e luogo di partenza. Per ora noi siamo ospitati – per tornare all’immagine del salmo – sotto una tenda, siamo viatori, pellegrini. Ma già pregustiamo a questo banchetto lo splendore della Gerusalemme del cielo, dove secondo l’Apocalisse non ci sarà più il tempio, alcuna ritualità (non si andrà più a messa!) e non ci sarà più bisogno nemmeno di luce, perché “la sua luce è l’Agnello”.

Il mio augurio è che possiamo, dunque, vivere la prossima Pasqua con lo sguardo illuminato dei discepoli di Emmaus, che allo spezzare del pane vedono, capiscono, riconoscono il Risorto a tavola con loro in quella locanda. Ci sarà da comprare scarpe nuove, mettere ali ai piedi, per tornare a Gerusalemme e gridare a tutti: “Cristo mia speranza è risorto”, e ci precede nella Galilea delle genti, terra di ogni inizio, terra dove riprendere con nuova audacia la nostra missione.

 

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